La metro è ferma sul binario. Ora posso aprire gli occhi.
Me lo porto dietro da tempo, è un vizio. Non appena il treno sta per comparire dal buio del tunnel per caricare su sé i passeggeri in attesa (2 minuti, 5 minuti, 6 minuti e mezzo…), io chiudo gli occhi. E li riapro solo una volta che il rumore della corsa si è affievolito. Non più sibili, non più ruggiti. Solo un leggero borbottio di una macchina in attesa. A riposo. Un suono tranquillizzante, che smorza la furia dei 70, 80, 100 Km all’ora, quando fiero percorre le gallerie sue amiche.
Perché gli occhi chiusi? Perché il non voler vedere?
Cosa mi porta a voler negare l’arrivo della metro? Ma poi, è voler negare o non voler conoscere?
Non voler conoscere il momento esatto in cui il volto del treno, la parte estrema, quella che divide l’aria in due, quella che sbatte contro la resistenza delle leggi della fisica, arriva quieto a fermarsi sulla pedana per imbarcare persone e diventare così sempre più forte, più potente, più pesante.
È un mostro che può anche uccidere. Ma è un mostro buono. Non uccide volontariamente. È costretto a uccidere, vittima delle decisioni degli altri, dalle quali non può tirarsi indietro.
Non è colpa sua, se lanciato a velocità, col suo sbuffare, con il sibilare dei freni che abbracciano le rotaie per domare l’imponente e numerosa mole, viene a trovarsi uno sgradito ospite che si interpone tra il suo viso e l’aria, sua amica. Quell’aria che continuamente strazia, taglia in due, lacera, ma che non appena il languido e fugace attimo dell’invisibile schianto è compiuto, si ricompone nel buio e ricomincia ad aspettarlo, fino al prossimo passaggio, quando i due faranno ancora l’amore, sempre fugace. Un violento rapporto senza fine.
L’interferenza, inattesa, l’”intruso”, ha le sembianze di un pezzo di carne. Un corpo ha consistenza. Non è fatto d’aria. È avvolto in pezzi di stoffa, cotone, cuoio, pelle, viscosa, lana o cachemire. E decide di intromettersi nell’armonia di quel rapporto invisibile, così intimo, così discreto, tra il vagone di testa e l’aria sua amante.
E lo sconvolge. Lo costringe a diventare un rapporto a tre. Macchina-Aria-Carne. E non è più un rapporto di vita, di continuo rigenerarsi. Non è più un ciclo infinito che nulla distrugge. È un rapporto di morte, questo. Di fine. Un devastante collasso dove un incolpevole viso, quel viso che fino a pochi secondi prima faceva l’amore con il più leggero degli elementi, in un devastante ma innocuo incontro, ora impotente è costretto a travolgere.
E è costretto a sopportare la visione di tutto quell’invadente e inatteso colore che nelle gallerie non riesce a vedere, non riesce a distinguere. È tutto rosso ora, il rosso che al buio scompare, e che ora è così vivido, così reale, così vivo. Lui, il vagone di testa, la macchina motrice, abituato al continuo attrito, il dolce attrito, ora deve tristemente accettare quell’incontro fisico che non avrebbe voluto. L’incontro che scombina l’armonia, la quotidianità che sempre si ripete. Dall’alba a mezzanotte. Quando va a riposarsi per riprendere la sua corsa amorosa la mattina seguente.
Ora quell’equilibrio è scosso. Non è più lui il solo con il potere sonoro, con il suo sbuffo e le sue urla potenti. No. Ora è fermo, domato. E le umane urla sovrastano l’ammansito convoglio. Che desolato, triste, e rassegnato è fermo. Aspetta. Aspetta di poter ripartire. E aspetta. Ancora. Che mani sconosciute lo tocchino nel viso. Per rimuovere tutto quel materiale, quel liquido, ancora vivo, ancora pulsante ma appartenente a qualcosa di morto. Materiale organico che sopravvive al suo corpo di appartenenza. Vive ora oltre l’ultimo respiro di colui a cui fino a poco prima apparteneva. Che lo rimuovano tutto, bene. Ora quel che vuole è solo tornare a far l’amore con la sua impalpabile aria. In quel circolo infinito di innocua devastazione. Attimi di impatto tremendo, momenti devastanti, invisibili e quasi silenziosi, segreti, tra i due amanti. E le leggi della fisica come unico spettatore.
Ecco, il treno sta arrivando. Lo sento. Riesco a sentire il sibilo dei freni, i morsi che abbracciano i binari per potersi fermare e diventare così più pesante, sempre più potente, anche grazie a me una volta che sarò salito. Se, sarò salito.
Chiudo gli occhi. Non voglio essere io l’intruso. Non voglio spezzare l’equilibrio. Non voglio vedere. Non voglio sapere. Non voglio rischiare. Le possibilità sono troppo alte.
La metro è ferma sul binario. Ora posso aprire gli occhi.

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