Una striscia gialla lungo il binario sembra essere disegnata apposta per dividere le persone tra chi ha tendenze suicide e chi no. Stamattina c’è un ragazzo dalla faccia stupefatta. Sono le dieci meno dieci. Siamo sottoterra, a Inganni. Ha uno zaino rosso sdrucito e leggero, un quaderno, una penna, una rivista, un libro, uno spazzolino, un paio di occhiali, l’essenzialità del fardello. Riusciamo a immaginare cosa pensa. Sono in bolletta. Il lavoro fa schifo. Non mi sento mai me stesso. Eppure lo sono sempre. Calpesta questo limite colorato giocando con le scarpette bianche a cavallo del giallo. Poi rientra con teatralità. Fa sorridere e arrabbiare i pensionati in attesa. Alla fermata Inganni scendono ulissi e padri pii, cavalli di troia, e miracoli, il sangue di san gennaro e le promesse della politica. Inganni e illusioni apparentati alla radice, i primi hanno la burla, le seconde il gioco. Non sono proprio bugie, più simili a un bluff dove ci cadi per intero, dalla testa ai piedi. Questo viaggiatore di città, questo perdente ha una fottuta nostalgia dei favolosi Sessanta, di Marylin & Kennedy, dei drive-in, dei love-me-tender di Elvis, dell’ingenuità, del clima sociale, dell’eucronia, della spensieratezza in cui fu costruita questa grossa linea rossa, la più antica d’Italia. Così importante da offrire persino il nome a un metodo di scavatura, detto a trincea, o a cielo aperto, il metodo Milano. Come la città che ogni giorno di più si trasforma in città-mercato. Come Alyssa Milano, l’attrice di Streghe che non disdegnò il genere porno. Questa linea rossa passione gli offre un senso, una direzione, anzi due, ma una volta che ci sali non puoi deviare. Puoi solo andare dritto per dritto senza possibilità di marcia indietro. Amore e morte, vita e incontro, non basterebbero le pagine a sciogliere le metafore e i simboli possibili di un viaggio metropolitano, dove i passeggeri sono nomadi e monadi con percezioni alterate. I movimenti interiori dei pendolari generano a tratti armonia e in altri disaccordo con il ritmo altalenante del convoglio. Ci si guarda distrattamente, si soffre insieme, questo crea un vago e sottile collante sociale. C’è un gioco di spazi, una circolazione di profumi e di puzze. Rossa come il sangue dei suicidi. Cosa c’è di male ad accelerare l’unica cosa che accomuna ogni individuo? Un giorno uguale all’altro, vestito decentemente per andare al lavoro, barbetta leggera, decidi di buttarti un attimo prima che il convoglio arrivi. Scendi dalla fermata della vita senza sapere cosa c’è oltre il capolinea. Ti hanno stancato le stesse cose che evoca il nome stazione. Arriva la metro. Genera uno scirocco sotterraneo. Il ragazzo pensa al cattivo di Ghost che la attraversa col corpo per inseguire il caro estinto. Penso a Swayze che è morto e che se vuoi parlare con lui devi passare da Whoopy Goldberg. Canta la canzone di Dirty Dancing. Time-of-my-life. Ha superato in agilità la mortifera tentazione col pensiero di non dover arrecare danno ai pendolari metropolitani del lavoro. Ogni congedo volontario arrecherebbe disagio agli impiegati. Troppo ironico morire tra i biasimi e i rimbrotti degli utenti dell’Atm. Ecco Primaticcio, ricorda vagamente un rosso salentino, invece è un pittore detto il Bologna. Quello dello svenimento di Elena, chissà dov’è adesso, si sarà mescolata tra la folla. Sarà forse incinta. I manieristi hanno tutta l’aria di essere persone educate. Elena è un bellissimo nome che viaggia, che entra nei tunnel dell’esistenza, e come tutte le cose che iniziano con la “E” presuppongono che ci sia qualcosa prima. Seguono al Mondo. Arrivano le bande nere. Mafia? Nossignore. Giovanni delle Bande Nere quello che Olmi ha ritratto nel film Il mestiere delle armi. Siamo ancora nel Cinquecento e quello morì a soli ventotto anni, di cancrena. L’arma da fuoco cambiò il modo di fare le guerre, e fece scivolare il mondo verso la disumanità, portando l’asimmetria del c’è-chi-preme e c’è-chi-muore. Durante l’agonia cosa può fare un soldato oltre che bruciare di dolore mirando il soffitto affrescato. «Leggetemi qualcosa» chiedeva sofferente a Pietro Aretino, e quello gli aprì Machiavelli. Sulla spada di Giovanni c’era scritto: «Non mi snudare senza ragione, non m’impugnare senza valore». Vale anche per il biglietto. Gambara. Veronica poetessa letta e ammirata da Leopardi, in un tempo in cui l’arte della poesia era una prerogativa solo maschile. L’incipit delle rime: «Da desir combattuta or falsi, or veri / Con accenti sfogai pietosi e feri i concetti del cor / Che spesso amando il suo male assai più che ‘l ben cercando / Consumava dogliosa i giorni interi». Il cuore che ama il suo male più del bene. La consapevolezza dei sottili masochismi dell’amore che fa sprecare in inutili sofferenze i propri giorni, la lotta di una donna verso un ruolo letterario e pubblico, un’emancipata liberazione dalle cazzate questa è Gambara. Nemmeno il tempo di lodarla che siamo a De Angeli, l’imprenditore del cotonificio. Nel marchio di fabbrica un pay off ante litteram: sole e onda. Evoca un blues di donne, la manodopera femminile pagata pochissimo. La seconda rivoluzione industriale, l’introduzione dei macchinari elettrici. Veloci siamo a Wagner. Nelle orecchie il tuono degli elicotteri di Apocalypse Now. Il concetto di Arte Totale, un’arte dove non ci sono separazioni e compartimenti stagni. Storia, pittura, geografia, politica, letteratura, tutto si fonde anche nella metro, l’unico mezzo pubblico che non dovrebbe chiudere mai. Nello scompartimento una valchiria bacia con tenerezza un nibelungo. Alla memoria della grandezza di Wagner ha nuociuto la citazione nei discorsi di Hitler. La macchina del fango si accende anche retrospettivamente. Era forse una persona migliore quando era un genio incompreso. Come tutti probabilmente. Riccardo morì a Venezia, quasi a suggellare il finale del capolavoro di Thomas Mann. Assieme a Nietzsche e a Wagner, rappresenta il robusto carattere nazionale, i germanici lottano strenuamente sino alla fine. Sono come noi, non si uccidono facilmente. Pagano. Mario, sembra un nome tipo Brambilla. Molto comune. Il primo terrone che incontriamo, fine Settecento. «La confessione, estorta tra i tormenti, è l’espressione del dolore, non già l’indizio della verità». Fu accusato di corruzione ma era solo repubblicano. La stazione di Pagano fu costruita nel 1966, boom. La cosa davvero interessante è il bivio, i due rami Nord-Ovest e Sud-Ovest che diventano uno solo, il virgulto di vite. Andiamo verso Conciliazione, e ancora prima siamo già un unico tralcio. Conciliazione è preghiera, punto di arrivo intermedio. Un minuto di silenzio per gli insegnanti di religione cattolica scelti dai vescovi, tuttavia pagati con i soldi dello Stato Italiano. Privilegiati e perciò perduti. Dio perdona loro perché sanno quello che fanno. Non c’è conciliazione con chi ci inganna. Amen. Ora è arrivato il momento di scendere. Più torni in alto più sai che ogni uomo ha un sotterraneo. Ogni racconto è underground. Resistiamo con energia fino alla fine, anche contro gli Sponsor.

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